lunedì, 19 maggio 2008 | in :


Ritorno a Càsole


Ero partito per Càsole col solo scopo di dimostrare l'infondatezza delle innumerevoli dicerie che su quella casa si tramandavano, ovverosia che fosse abitata dai fantasmi. A dispetto di tutti coloro che avevano tentato di dissuadermi - compresa Flora, che allora era ancora innamorata di me - avevo fatto le valigie ed ero partito.

Si trattava di un viaggio di due giorni, con la mia fidata berlina. Mi sarei fermato più o meno a metà strada nei pressi di Fiuggi, e sarei ripartito di buonora, come sono solito fare quando qualcosa mi sta a cuore.

La casa in questione era stata affidata ad un’immobiliare locale perchè ne trattasse la vendita, ma dopo un anno ancora non avevo ricevuto alcuna offerta e l'idea proposta di abbassare il prezzo mi trovava alquanto scettico. La casa era il risultato di un'eredità familiare tramandata da oltre quattro secoli. E durante tutto quel tempo si era mantenuta in ottime condizioni grazie alle sette ristrutturazioni cui era stata sottoposta. Io stesso l'avevo vista in più di un'occasione durante i miei cinquantuno anni di vita, restandone ogni volta ammirato. Non avrei potuto sopportare l'idea di svenderla per via di una squallida diceria messa in circolo chissà da chi, anche se un'idea me la stavo facendo.

Pur se con grande distacco non dissi di no all'ipotesi di valutare perlomeno la vendita a riscatto, purtuttavia decisi, prima, di andare a Càsole per tentare personalmente di convincere i prossimi pretendenti: il signore e la signora Quadri, accompagnati dalla figlia Ada.

Con l'agente immobiliare, il signor Tellini, avevo velocemente fissato i dettagli per telefono. Domenica sarei giunto a Càsole per l'ora di pranzo. L'appuntamento con i Quadri era fissato alle quattro del pomeriggio, così avrei avuto tutto il tempo di respirare nuovamente l'aria della casa.

Avevo ancora nelle orecchie le suppliche di Flora in merito allo strano presentimento che diceva attanagliarle la gola, al punto da pregarmi in ginocchio di non andare. L'avevo invitata ad alzarsi e, tenendole il mento con due dita, l'avevo baciata sulle labbra. L'avevo guardata attentamente negli occhi e le avevo promesso che entro quattro giorni sarei stato di ritorno.

Durante il viaggio in auto avevo avuto modo di pensare a fondo alle ragioni per cui mi ero determinato a vendere la casa di famiglia. Le difficoltà finanziarie che stavo attraversando erano certamente un giusto paravento alle motivazioni reali delle quali, in fondo, cominciavo a farmi una ragione. Da qualche mese la vita aveva cominciato a prendersi gioco di me. Il lavoro in banca, del quale non potevo certo lamentarmi, aveva subito una sorta di arresto. Passavo le giornate in uno stato di apatia latente che non trovava riscontro in nessun accadimento certo. Per contro, in casa, mia moglie Flora aveva preso a parlarmi in maniera distaccata, in una forma talmente subdola e all'apparenza impercettibile di cui solo io, suo marito, ebbi dal principio modo di accorgermi. Col tempo la sua indifferenza aveva preso ad allarmarmi maggiormente, nonostante le sue più accorate assicurazioni in merito. Anche gli amici, i Bondirolo, i Rovetta, tutta la famiglia Stelio e perfino il colonnello Andrini avevano cominciato a salutarmi con deferente distacco. E tutte le volte che li incontravo avevo l'impressione che fremessero perchè il colloquio si riducesse alle formalità indispensabili, fino allo svincolo dei saluti. Da qualche mese non avevo più vita sociale; non certo perchè non la desiderassi, ma perchè tutto ciò che accadeva sembrava avvenire senza di me. Per di più le dicerie dei fantasmi nella casa di Càsole avevano cominciato a darmi ai nervi fino al punto che arrivai ad attribuire ad esse lo stato confusionale della mia vita negli ultimi mesi.

Senza ragioni evidenti, se non quelle dettate dal mio personale fiuto, mi convinsi a vendere la tenuta di Càsole, certo che quell'atto avrebbe portato a termine il processo distruttivo della mia vita.

...

to be continued?

giosannino @ 22:25 | commenti (9)(popup) | commenti (9)
martedì, 13 maggio 2008 | in :

 

di cose

persone

e bandiere

 

Stanno per accadere cose.

Trattandosi di cose cui tengo ho voglia che Voi ne siate al corrente. Una sorta di connubio, come dire: cose e persone cui tengo e perciò inscindibili. Di fronte a una politica non rappresentativa bisogna ricominciare dal basso, questa frase non è mia, ma è come se lo fosse, ne farei slogan per sventolarci bandiere. Abbiate fiducia e teniamoci d’occhio.

 

 

giosannino @ 12:19 | commenti (28)(popup) | commenti (28)
giovedì, 08 maggio 2008 | in :

 

 

L’incontro faccia a faccia con il folle

costituisce il vero spartiacque tra chi

possiede il coraggio di esistere e chi no.

 

(Stefano Mistura)

 

 

 

Ecco io, per dire.

Io per esempio non mi piace fare benzina, devo averlo già scritto in qualche post. Mi urta molto. E perciò rinvio. Mi preoccupa, fondamentalmente fare benzina mi preoccupa. Faccio benzina di diaframma, io.

Ultimamente però la cosa mi spaventa meno, ci ho fatto una certa abitudine.
Sarà per via del prezzo che mi porta a scegliere i “fai da te”, si risparmia. Poco, ma.

Che poi se ho trovato il coraggio di fare benzina magari trovo pure quello di esistere.

 

 

 

giosannino @ 23:05 | commenti (16)(popup) | commenti (16)
martedì, 06 maggio 2008 | in :

 

Irene flash

 

Fronte porto. Odore di grasso e nafta.

Portano nelle mani le ore impiegate a manovrare gru, con la testa ancora alla notte prima da Irene, fra le sue lenzuola e le sue gambe. La sera provano a lavarsi le unghie, ma non c’è verso, il grasso nero ti si tatua sotto pelle. Dietro il paravento di carta di riso cercano di nascondere le mani, finché non è lei stessa a prenderle con lentezza e a succhiare un dito per volta. Allora si accorgono di saperle usare anche senza leve e funi.

C’è odore di buono per venti minuti, poi si rivestono e tornano in strada. Portano le dita al naso e sanno di resina, non smettono di annusarle fino alla porta di casa. La puzza del molo non si scioglie neanche la notte. Le luci sulle gru restano accese.

 

 

giosannino @ 16:56 | commenti (26)(popup) | commenti (26)
lunedì, 28 aprile 2008 | in :

 

tiro su col naso

 

 

Immaginate un signore distinto, educato, vestito con garbo, di un garbo sportivo, senza cravatta, scarpe comode ai piedi, jeans, avvezzo alla cura della propria persona e al rispetto di quella altrui, a prescindere da espressioni, onorificenze, sudore alle mani, risate beffarde, occhi sottili, labbra strette, il tipo di persona che sorride di bocca larga a chiunque, d’ogni estrazione e colore, finanche ai più aggressivi, quelli sempre incazzati col mondo, incapaci di respirare per via di un bicchiere rotto, quelli che si sono dimenticati di vivere ogni giorno e che perciò vivono d’inerzia attraversati dalla vita, senza neppure più immaginare di aprire le braccia per fermarla, immaginate un uomo ingenuo e perciò privo di scudi, che dà valore a certe cose disinteressandosi d’altre e che perciò agli uomini di venale sostanza arriva ad apparir ridicolo, avulso, addirittura stupido, un uomo ch’è felice della felicità comune e triste d’ogni disgrazia, il tipo di uomo che legge i confini esattamente per ciò che sono, righe su una mappa, capace di regalare sguardi come cose, oggetti, denaro, per poi pentirsene, perché non si regala denaro a un amico se non vuoi perdere l’amico, un uomo che ha dovuto leggere Shakespeare per impararlo, un uomo che si è spezzato la schiena senza chiedere nulla in cambio, un uomo che piange, un uomo che a furia di parlare ha imparato a non farlo, perché c’è un modo di parlare che è un racconto entusiasta di ogni cosa che ti succede, perché, magari, pensi che essere entusiasta faccia dell’entusiasmo motivo da condividere, mentre invece, alla fine, no, un uomo che non crede esistano i corrotti in quest'universo e che non conosce arrivismo, un uomo perfino incapace d’essere ambizioso, un uomo che non tollera il si è sempre fatto così, immaginate quest’uomo correre, affannarsi, smembrarsi, quasi, per provare almeno in parte a fare delle cose un senso e di ciò che vale un elenco, immaginate quest’uomo, nel mezzo del cammin di nostra vita, ad un tratto fermarsi, respirare, allargare il petto, stupire l’universo di un sonoro, sacrosanto, liberatorio, voluminoso, assordante e inaspettatamente appagante VAFFANCULO, gridato alle nuvole con tanto di persistente, sincopata ed orgogliosa Eco.

 

 

 

 

giosannino @ 16:53 | commenti (21)(popup) | commenti (21)
giovedì, 24 aprile 2008 | in :
Questa mattina mi son svegliato
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
questa mattina mi son svegliato
e ho trovato l'invasor.
Oh partigiano, portami via
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
oh partigiano, portami via,
che mi sento di morir.
E se io muoio lassù in montagna
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
e se io muoio lassù in montagna
tu mi devi seppellir.
Seppellire sulla montagna,
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
seppellire sulla montagna
sotto l'ombra di un bel fior.
E le genti che passeranno,
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
e le genti che passeranno
mi diranno: " Che bel fior ".
È questo il fiore del partigiano,
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
è questo il fiore del partigiano
morto per la libertà.
giosannino @ 14:30 | commenti (21)(popup) | commenti (21)
martedì, 22 aprile 2008 | in :

 

Emilio Panakopulos

 

Quando E.P. raggiunse l’angolo della stazione era l’ora del tramonto. Si scontrò col flusso contrario di pendolari rovesciato dai vagoni. Ci si fece travolgere, ancorato al marciapiede come un granchio allo scoglio: era appena obliquo e non propriamente armonico, pareva un assolo di contrabbasso, e la massa pulsante lo accarezzò senza toccarlo, mischiando sguardi restii ad altri disattenti.

Incurante del flusso pescò nel mucchio e per prima vide Katia. Alzò un po’ le sopracciglia e stirò le labbra in modo sufficiente perché lei se ne accorgesse. Aveva imparato dalla vita la modestia. Gli piaceva sentirsi il meno invadente possibile, ma nel contempo - la vita - gli aveva insegnato il limite, la dead-line, oltre la quale sarebbe stato troppo, e prima della quale sarebbe stato troppo poco. La vita, per E.P., era stata l’esperienza quinquennale da responsabile quadro al laboratorio, gli erano bastati cinque anni per decidere che avrebbe trascorso il resto della propria esistenza ad incontrare sguardi all’angolo di una stazione o al limite di un bagnasciuga; l’importante era avere coscienza del proprio posto, in genere controcorrente, esattamente come in quel momento, di fronte agli occhi fissi di Katia.

Non appena lo vide, immobile a fissarla, strinse la borsa sotto l’ascella e pensò a dove si trovasse. C’era un mare di persone ad accompagnarla, non era ancora l’ora di cena e in cielo bruciava un’arancia per nulla stanca, in piena forma. Per cui non rallentò il passo, non cambiò direzione. Semplicemente si strinse addosso la borsa e puntò dritto verso quel palo d’uomo, lurido e orlato di nero, con gli occhi scavati dentro sopracciglia da spazzacamino e uno strano orsacchiotto limpido, giallo, inverosimilmente lindo appeso al collo.

Stupì se stessa dando ascolto all’impulso che le ordinò di rallentare, fino a fermarsi esattamente di fronte a E.P. e al suo orsacchiotto, che nello sguardo abbondava di malinconia e tra le mani stringeva una rosa di carta.

 

 

 

giosannino @ 16:24 | commenti (28)(popup) | commenti (28)
domenica, 20 aprile 2008 | in :

 

IMG_0712

Vive, dalle mie parti, un individuo dotato di senso estetico fuori dal comune, tale da spingerlo a scegliere, fra cento posti auto disponibili, l’unico delineato di giallo, raffigurante un omino seduto su una sedia a rotelle, e ciò esclusivamente per il fatto che il colore perfettamente s’intona alla sua ferrari.

E pensare che c’è chi lo compatisce.

 

 

giosannino @ 18:59 | commenti (17)(popup) | commenti (17)
venerdì, 18 aprile 2008 | in :

 

dodicimesi

 

Me l’avessero detto, un anno fa, aprendo questo blog, che tutto sarebbe cambiato, che avrei scoperto persone, amici, amiche, nemiche, amanti, passione, arte, porte, cultura, scazzo, risate, birra, libri, viaggi, scrittori, editori, riviste, cucina, concerti e la donna della mia vita. Me l’avessero detto, un anno fa, che mi sarei strappato il lampione dal petto, che lo avrei lasciato rumorosamente cadere alle mie spalle, che avrei imparato a ridere, anzi, avrei scoperto di non averlo mai fatto. Me l’avessero detto, un anno fa: Cos’è, avrei chiesto, la minchiata del secolo?

Comunque auguri, Strade, quaranta io e uno tu, anche se a dirla tutta, tu, mi sembri molto più maturo.

 

 

 

giosannino @ 08:34 | commenti (46)(popup) | commenti (46)
mercoledì, 16 aprile 2008 | in :

 

 

Dramma della derisa onestà

 

 

Io quello che vorrei è non sapere le cose.

Quello che vorrei è non avere il tempo di sentirle.

Anche a sentirle, certe cose, quello che vorrei è non saperle capire.

 

Io quello che vorrei è partire da un prato, un giardino o una semplice aiuola, fare qualche passo in corsa e prendere il volo.

Io quello che vorrei è alzarmi senza neppure un parapendio sulle spalle: presente certi fogli di carta che veleggiano a mezz’aria?

Ecco.

Ma io non mi fermerei, certo che no.

Io quello che vorrei è alzarmi molto più in alto di un foglio di carta che veleggia.

 

Avrei propulsori al culo, io.

Veleggerei beatamente scoreggiando per i cieli d’Italia, io.

Un po’ come i pinguini che gelano il mondo a suon di scoregge, io.

 

Io quello che vorrei è potermi innalzare di beatitudine propulso.

Raggiungere l’altezza giusta per non sapere le cose, ché a saperle, certe cose, mi sento un po’ meno.

Un po’ meno cosa?

Un po’ meno e basta.

 

Io quello che vorrei è superare la coltre di nubi, come quando prendi un aereo e a un certo punto ci passi dentro, traballi un po’, ma poi sopra c’è il sole.

E ti sembra che il sole si sdrai letteralmente sopra un’immensa distesa di neve o cotone, se ti senti un po’ idrofilo, fa nulla, come preferisci.

Io quello che vorrei è non vederlo, quel che c’è sotto l’idrofilo, o la neve, se ti senti un po’ poeta, fa nulla, come preferisci.

 

Tanto non conta, mettitela via.

 

Perché io quello che vorrei non lo posso avere e al meno che mi sento dovrò farci il callo.

Devo tenermelo addosso per i prossimi cinque anni, il meno che mi sento.

Perché io quello che vorrei è un solo e semplice desiderio.

Onesto, direi, un desiderio onesto, che diverso da onestamente non mi vien di vivere.

Diverso da onestamente non mi vien d'illudermi.

Eccappunto.

Fanculo i propulsori al culo e i fogli a mezz’aria e il cotone e la neve e la divina beatitudine.

In fondo io, quello che vorrei, è non sentirmi un coglione.

Per via d’ogni mia prossima onesta scelta, semplicemente, quello che vorrei è non sentirmi un coglione.

 


 

 

giosannino @ 22:46 | commenti (12)(popup) | commenti (12)