Ritorno a Càsole
Ero partito per Càsole col solo scopo di dimostrare l'infondatezza delle innumerevoli dicerie che su quella casa si tramandavano, ovverosia che fosse abitata dai fantasmi. A dispetto di tutti coloro che avevano tentato di dissuadermi - compresa Flora, che allora era ancora innamorata di me - avevo fatto le valigie ed ero partito.
Si trattava di un viaggio di due giorni, con la mia fidata berlina. Mi sarei fermato più o meno a metà strada nei pressi di Fiuggi, e sarei ripartito di buonora, come sono solito fare quando qualcosa mi sta a cuore.
La casa in questione era stata affidata ad un’immobiliare locale perchè ne trattasse la vendita, ma dopo un anno ancora non avevo ricevuto alcuna offerta e l'idea proposta di abbassare il prezzo mi trovava alquanto scettico. La casa era il risultato di un'eredità familiare tramandata da oltre quattro secoli. E durante tutto quel tempo si era mantenuta in ottime condizioni grazie alle sette ristrutturazioni cui era stata sottoposta. Io stesso l'avevo vista in più di un'occasione durante i miei cinquantuno anni di vita, restandone ogni volta ammirato. Non avrei potuto sopportare l'idea di svenderla per via di una squallida diceria messa in circolo chissà da chi, anche se un'idea me la stavo facendo.
Pur se con grande distacco non dissi di no all'ipotesi di valutare perlomeno la vendita a riscatto, purtuttavia decisi, prima, di andare a Càsole per tentare personalmente di convincere i prossimi pretendenti: il signore e la signora Quadri, accompagnati dalla figlia Ada.
Con l'agente immobiliare, il signor Tellini, avevo velocemente fissato i dettagli per telefono. Domenica sarei giunto a Càsole per l'ora di pranzo. L'appuntamento con i Quadri era fissato alle quattro del pomeriggio, così avrei avuto tutto il tempo di respirare nuovamente l'aria della casa.
Avevo ancora nelle orecchie le suppliche di Flora in merito allo strano presentimento che diceva attanagliarle la gola, al punto da pregarmi in ginocchio di non andare. L'avevo invitata ad alzarsi e, tenendole il mento con due dita, l'avevo baciata sulle labbra. L'avevo guardata attentamente negli occhi e le avevo promesso che entro quattro giorni sarei stato di ritorno.
Durante il viaggio in auto avevo avuto modo di pensare a fondo alle ragioni per cui mi ero determinato a vendere la casa di famiglia. Le difficoltà finanziarie che stavo attraversando erano certamente un giusto paravento alle motivazioni reali delle quali, in fondo, cominciavo a farmi una ragione. Da qualche mese la vita aveva cominciato a prendersi gioco di me. Il lavoro in banca, del quale non potevo certo lamentarmi, aveva subito una sorta di arresto. Passavo le giornate in uno stato di apatia latente che non trovava riscontro in nessun accadimento certo. Per contro, in casa, mia moglie Flora aveva preso a parlarmi in maniera distaccata, in una forma talmente subdola e all'apparenza impercettibile di cui solo io, suo marito, ebbi dal principio modo di accorgermi. Col tempo la sua indifferenza aveva preso ad allarmarmi maggiormente, nonostante le sue più accorate assicurazioni in merito. Anche gli amici, i Bondirolo, i Rovetta, tutta la famiglia Stelio e perfino il colonnello Andrini avevano cominciato a salutarmi con deferente distacco. E tutte le volte che li incontravo avevo l'impressione che fremessero perchè il colloquio si riducesse alle formalità indispensabili, fino allo svincolo dei saluti. Da qualche mese non avevo più vita sociale; non certo perchè non la desiderassi, ma perchè tutto ciò che accadeva sembrava avvenire senza di me. Per di più le dicerie dei fantasmi nella casa di Càsole avevano cominciato a darmi ai nervi fino al punto che arrivai ad attribuire ad esse lo stato confusionale della mia vita negli ultimi mesi.
Senza ragioni evidenti, se non quelle dettate dal mio personale fiuto, mi convinsi a vendere la tenuta di Càsole, certo che quell'atto avrebbe portato a termine il processo distruttivo della mia vita.
...
to be continued?








